La parola invidia deriva dal verbo latino invidere, che significa “guardare in modo maligno”, guardare di traverso. Cicerone la traduceva come il “produrre la disgrazia altrui mediante il proprio malocchio”. Quando questa emozione diventa un atteggiamento stabile nel tempo, può alimentare rabbia, risentimento e comportamenti aggressivi: è proprio in questo passaggio che l’invidia arriva a intrecciarsi con il bullismo. Vediamo come e perché.
Che cos’è l’invidia
Secondo lo psicoanalista Elliot Jacques, provare invidia significa in un certo senso “gettare il malocchio sull’altro”. Un’ulteriore lettura del termine rimanda al “non guardare” oppure al “guardare nella direzione opposta”. L’invidia, in realtà, è un’emozione composita: dentro di sé può contenere un’ammirazione per la cosa desiderata, un odio e un risentimento verso chi la possiede, il desiderio di fare del male alla persona invidiata e, talvolta, la spinta a privarla di ciò che ha.
È un’emozione bidirezionale, perché descrive una situazione in cui, tra due persone, una possiede l’oggetto o la qualità che l’altra non ha. Ma può capitare che l’invidia per quello stesso oggetto o tratto di personalità sia condivisa da più individui, e da qui può nascere anche un fenomeno di gruppo.
Quando l’invidia si trasforma in bullismo
L’invidia diventa terreno fertile per il bullismo quando si cronicizza. Trasformandosi in un atteggiamento persistente, si associa alla rabbia, che con il passare del tempo si struttura e si manifesta sotto forma di atti aggressivi. Il bullismo, del resto, consiste proprio in comportamenti di prevaricazione contro una vittima, agiti in modo intenzionale, asimmetrico e ripetuto nel tempo.
Una delle prepotenze più gravi messe in atto dal bullo è il furto. Ed è qui che il legame con l’invidia diventa evidente: chi invidia un oggetto può arrivare a volerlo sottrarre a chi lo possiede. Ma l’invidia non spinge all’aggressione soltanto per il possesso di beni materiali. Può innescare comportamenti ostili anche verso chi ha un tratto di personalità ambito da molti: pensiamo al ragazzo perfezionista, il più bravo della classe, che diventa bersaglio proprio in quanto tale. È il classico caso del bullismo contro il cosiddetto “secchione”.
L’invidia di gruppo
Quando l’invidia è condivisa da più persone verso lo stesso soggetto, può sfociare nel bullismo di gruppo. La dinamica collettiva amplifica il fenomeno: la vittima non fronteggia più un singolo persecutore, ma un insieme di individui accomunati dallo stesso risentimento. Il gruppo, in questi casi, funziona come una cassa di risonanza che legittima e rinforza la prevaricazione.
Una società che alimenta l’invidia
Parlare di invidia nella società attuale significa chiamare in causa un intero sistema di valori. La sua diffusione, oggi, è anche il risultato di un contesto competitivo, in cui la rivalità e il desiderio di successo tendono a prevalere su altre forme di riferimento morale. Il bullismo emerge proprio là dove la rabbia dovuta all’invidia trova uno sbocco in atti aggressivi.
Questo non significa che l’invidia sia l’unica causa del bullismo. Si tratta piuttosto di uno dei fattori che possono concorrere al suo sviluppo e alla sua diffusione, insieme a molti altri elementi di natura individuale, familiare e ambientale.
Educare l’invidia invece di negarla
L’invidia è un’emozione importante e, come tutte le emozioni, ha un valore adattivo. Per questo non va soltanto repressa, ma educata, gestita e mitigata attraverso sentimenti come la compassione e l’altruismo, utili a preparare la persona ad accettare gli altri senza desiderare in modo distruttivo ciò che possiedono.
Chi prova invidia dovrebbe innanzitutto fare i conti con se stesso, cercando di riconoscere quali qualità vorrebbe avere ma non possiede, e imparando allo stesso tempo a stimare l’altro per ciò che è, senza denigrarlo. Un lavoro di consapevolezza che trasforma un’emozione potenzialmente corrosiva in occasione di crescita.
Il ruolo della famiglia
L’educazione familiare è una delle principali chiavi di lettura dell’invidia: questa emozione può essere incoraggiata o scoraggiata dal comportamento dei genitori. Si manifesta in modo particolarmente evidente durante l’infanzia, quando il bambino esprime spontaneamente ciò che prova. Secondo Freud, nella fascia tra i tre e i cinque anni la bambina attraversa il complesso di Elettra e sperimenta la cosiddetta invidia del pene.
La psicologa Phyllis Chesler, nel suo testo “Donna contro donna”, analizza inoltre l’invidia materna: molte bambine e ragazze vengono invidiate dalle proprie madri e, divenute adulte, al momento della nascita di un figlio possono ritrovarsi esposte ad atteggiamenti svalutativi da parte della madre stessa.
Il desiderio dell’altro
Un’ultima riflessione riguarda la natura profonda dell’invidia. Secondo Lacan e Bion, non abbiamo realmente bisogno di ciò che invidiamo: crediamo di averne bisogno perché l’altro lo desidera, e questo desiderio ci “contagia”, rendendoci bramosi delle stesse cose. Il desiderio dell’altro incoraggia la nascita del nostro. Come è stato osservato, l’invidioso non desidera tanto qualcosa che l’altro possiede in sé, quanto piuttosto, incontrando il pensiero dell’altro, fa i conti con il proprio vuoto di desiderio.
Domande frequenti
Perché l’invidia può causare il bullismo?
Perché, quando diventa un atteggiamento persistente, l’invidia si associa alla rabbia, che nel tempo può manifestarsi sotto forma di atti aggressivi. Il bullo può prendere di mira chi possiede un bene o un tratto di personalità ambito, arrivando anche a furti e prevaricazioni.
Che cosa significa la parola invidia?
Il termine deriva dal latino “invidere”, cioè guardare in modo maligno o di traverso. Cicerone la associava all’idea di produrre la disgrazia altrui con il proprio malocchio. È un’emozione che unisce ammirazione, risentimento e desiderio verso ciò che l’altro possiede.
Esiste un bullismo di gruppo legato all’invidia?
Sì. Quando l’invidia verso uno stesso soggetto è condivisa da più persone, può sfociare nel bullismo di gruppo. La dinamica collettiva amplifica la prevaricazione, perché il gruppo legittima e rinforza il comportamento ostile verso la vittima.
Si può gestire l’invidia?
Sì. L’invidia ha un valore adattivo e può essere educata e mitigata con sentimenti come compassione e altruismo. Il primo passo è la consapevolezza: riconoscere quali qualità si vorrebbero avere e imparare a stimare l’altro senza denigrarlo.
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